
A 39 anni non ho ancora capito cosa farò da grande
- carolagatti
- 9 ago
- Tempo di lettura: 7 min
Ci sono età in cui, almeno secondo quello che ci hanno insegnato, dovremmo avere già una risposta a quasi tutto.
Dovremmo sapere che lavoro vogliamo fare, dove vogliamo vivere, quale persona vogliamo accanto, che tipo di famiglia desideriamo, quanto vogliamo guadagnare e, possibilmente, anche dove ci immaginiamo tra cinque o dieci anni. Crescendo, sembra quasi che la vita debba diventare progressivamente più ordinata, come se il passare del tempo dovesse necessariamente portarci verso una forma definitiva di noi stessi.
Io ho trentanove anni e, se provo a guardare la mia vita da questa prospettiva, mi accorgo che non sono mai stata particolarmente brava a seguire una linea retta.
Per molto tempo ho pensato che fosse una mia mancanza. Mi sono chiesta se fossi troppo inquieta, troppo curiosa, incapace di accontentarmi, oppure semplicemente confusa. Ho guardato persone che sembravano avere costruito con naturalezza una vita coerente e mi sono domandata perché io avessi ancora così tante domande, così tante possibilità davanti e così poche certezze definitive.
Oggi, però, penso che forse il problema fosse proprio il modo in cui mi stavo guardando.
Forse non ero confusa. Forse stavo semplicemente cercando di capire quale fosse la mia forma, in un mondo che spesso ci chiede di sceglierne una molto presto e di rimanerci dentro il più a lungo possibile.
Ho sempre fatto fatica a scegliere una sola definizione
Sono un'insegnante di yoga, ma lo yoga non è tutto quello che sono.
Amo viaggiare profondamente, ma non mi sento una travel blogger. Organizzo retreat e costruisco esperienze per altre persone, ma quello che faccio non si esaurisce nella semplice organizzazione di un viaggio. Ho creato progetti, ne ho cambiati altri, ho immaginato strade che poi non ho percorso e, qualche volta, ho avuto il coraggio di lasciare andare cose che dall'esterno potevano sembrare giuste.
La mia vita professionale, come quella personale, è stata costruita più attraverso incontri, intuizioni, tentativi e cambiamenti che attraverso un progetto preciso.
E forse è proprio questo che per molto tempo mi ha fatto sentire diversa.
Viviamo in una società che ama le definizioni perché le definizioni semplificano tutto. È rassicurante poter dire chi siamo: questo è il mio lavoro, questa è la mia città, questa è la mia relazione, questo è ciò che farò nei prossimi anni.
Ma cosa succede quando dentro di noi convivono desideri diversi? Quando una parte vuole radicarsi e un'altra vuole partire? Quando ami profondamente quello che fai, ma senti comunque il bisogno di cambiare? Quando non vuoi rinunciare alla stabilità, ma allo stesso tempo hai paura di costruirti una vita così ordinata da non riconoscerti più?
Per molto tempo ho pensato che avrei dovuto scegliere.
Oggi penso che forse non tutte le persone siano fatte per farlo.
Ci sono persone che hanno bisogno di una strada e persone che hanno bisogno di trovarla camminando
Io appartengo, probabilmente, alla seconda categoria.
Non ho mai avuto la sensazione di sapere con esattezza dove sarei arrivata. Ho avuto piuttosto la sensazione di sapere, di volta in volta, quale fosse il passo successivo.
E non è la stessa cosa.
Perché vivere così significa accettare una certa dose di incertezza. Significa prendere decisioni senza avere la garanzia che saranno quelle giuste, lasciare spazio alla possibilità di cambiare idea e, soprattutto, imparare a convivere con il fatto che alcune risposte arrivano soltanto dopo aver avuto il coraggio di fare la domanda.
Ci sono stati momenti in cui questa incertezza mi ha fatto paura. Altri in cui l'ho vissuta come una forma di libertà.
Credo che la differenza, con gli anni, sia stata imparare a non interpretare ogni cambiamento come un fallimento.
A volte una strada finisce semplicemente perché abbiamo smesso di essere la persona che l'aveva scelta.
Il viaggio, per me, è sempre stato anche questo
Credo sia una delle ragioni per cui continuo a partire.
Viaggiare mi ha permesso molte volte di uscire temporaneamente dalla narrazione che avevo costruito su me stessa. Quando sei lontano, soprattutto quando sei solo, per un po' vengono meno molte delle coordinate attraverso cui normalmente ti definisci. Nessuno sa chi sei, cosa fai, quali aspettative avevi per te stessa e quali risultati hai raggiunto.
Sei semplicemente una persona che si trova in un luogo che non conosce, davanti a qualcosa che non può controllare completamente.
Ed è una sensazione che amo.
Non perché voglia scappare dalla mia vita, ma perché il viaggio mi ricorda che esistono molte versioni possibili di me.
Ogni volta che sono partita pensando di dover trovare qualcosa, spesso sono tornata con una domanda nuova. E con il tempo ho capito che non era una delusione: era esattamente ciò di cui avevo bisogno.
Perché forse viaggiare non serve sempre a trovare delle risposte. A volte serve a fare spazio, dentro di noi, perché possano nascere domande più oneste.
Anche lo yoga mi ha insegnato a smettere di cercare una forma definitiva
È curioso pensare che una delle discipline che pratico e insegno da anni mi abbia insegnato proprio questo: non esiste una posizione definitiva.
Il corpo cambia, la pratica cambia, cambiamo noi.
Ci sono giorni in cui una posizione che sembrava impossibile diventa improvvisamente accessibile e altri in cui qualcosa che conosciamo bene sembra non appartenerci più. Se praticassimo cercando continuamente di tornare alla versione migliore di noi stessi, passeremmo gran parte del tempo a combattere contro il presente.
Lo yoga, invece, mi ha insegnato ad ascoltarlo.
A riconoscere il limite senza viverlo come una sconfitta, a distinguere la disciplina dalla forzatura e, soprattutto, a capire che il confronto più interessante non è con chi abbiamo accanto, ma con il modo in cui impariamo ad abitare noi stessi.
Forse è questa una delle ragioni per cui continuo ad amare così tanto questa pratica: perché sul tappetino non puoi vivere davvero la vita di qualcun altro.
Puoi guardarlo, puoi desiderarla, puoi confrontarti, ma alla fine devi respirare con il tuo corpo e stare dentro la tua esperienza.
E forse fuori dal tappetino non è poi così diverso.
Il problema è che siamo circondati da vite che sembrano già risolte
Credo che una delle cose più faticose del nostro tempo sia questa sensazione continua di essere in ritardo.
Apriamo un telefono e vediamo persone che hanno trovato il proprio posto, realizzato il proprio sogno, costruito una relazione perfetta, comprato una casa, cambiato vita, trovato il lavoro che amano e trasformato ogni esperienza in qualcosa di straordinario.
Anche quando sappiamo razionalmente che quella è soltanto una parte della realtà, emotivamente è difficile non confrontarsi.
E così può capitare di guardare la propria vita e concentrarsi soprattutto su ciò che manca.
A volte mi succede ancora.
Mi chiedo se avrei dovuto fare scelte diverse, se avrei dovuto essere più lungimirante, se avrei dovuto costruire qualcosa di più stabile, se a questa età dovrei avere già una direzione più precisa.
Poi mi fermo e provo a guardare la questione da un'altra prospettiva.
La vita che ho davanti non è una verifica in cui devo dimostrare di aver rispettato il programma.
È la mia vita.
E forse non deve necessariamente assomigliare a quella che avevo immaginato a vent'anni, né a quella che qualcuno pensa dovrei avere oggi.
Se ti senti fuori posto, forse non c'è niente di sbagliato in te
Scrivo tutto questo soprattutto per chi, leggendo queste parole, prova quella sensazione difficile da spiegare di non essere esattamente dove dovrebbe essere.
Per chi ha cambiato idea più volte.
Per chi ha lasciato una strada che sembrava sicura senza sapere quale sarebbe stata quella successiva.
Per chi desidera qualcosa di diverso ma non riesce ancora a definirlo.
Per chi si sente in ritardo rispetto agli altri e, qualche volta, si vergogna persino di non avere una risposta pronta alla domanda: “E tu, cosa vuoi fare della tua vita?”.
Vorrei poter dire che ho trovato la risposta.
Non l'ho trovata.
E, sorprendentemente, questa consapevolezza oggi mi pesa molto meno di quanto mi sarebbe pesata qualche anno fa.
Ho iniziato a capire che non tutte le vite hanno bisogno di essere progettate nello stesso modo e che non tutte le persone devono arrivare nello stesso posto per poter dire di aver costruito qualcosa di bello.
Ci sono persone che hanno bisogno di radici profonde e altre che hanno bisogno di movimento. Alcune trovano se stesse costruendo una casa, altre attraversando continenti. Alcune hanno bisogno di una certezza, altre di una possibilità.
Non credo che una strada sia migliore dell'altra.
Credo che la cosa importante sia riuscire, prima o poi, a distinguere la vita che desideriamo da quella che abbiamo imparato a desiderare perché ci è stato detto che fosse quella giusta.
A 39 anni non ho ancora capito cosa farò da grande
Forse non lo capirò mai completamente.
E per la prima volta non sento più il bisogno di considerarlo un problema.
Continuo ad avere progetti, desideri, ambizioni e paure. Continuo a cambiare idea, a partire, a tornare, a costruire qualcosa e poi a chiedermi se voglio continuare su quella strada. Continuo ad avere giorni in cui mi sento esattamente nel posto giusto e altri in cui mi sembra di dover ricominciare tutto da capo.
Ma oggi so che ricominciare non significa necessariamente aver fallito.
A volte significa semplicemente essere abbastanza onesti da riconoscere che siamo cambiati.
Forse crescere non significa arrivare finalmente a una versione definitiva di noi stessi. Forse significa imparare ad accogliere le diverse persone che siamo stati, quelle che siamo e quelle che ancora non conosciamo.
Io non so dove sarò tra cinque anni.
Non so quale sarà il progetto più importante, quale luogo chiamerò casa o quali persone incontrerò lungo la strada.
So però che voglio continuare a lasciare uno spazio all'imprevisto, alla curiosità e a quella parte di me che ancora sente il bisogno di partire per capire qualcosa.
E se anche tu, qualche volta, hai la sensazione di essere fuori tempo, fuori posto o semplicemente fuori dagli schemi, forse posso dirti soltanto questo:
non avere ancora tutte le risposte non significa essere persi.
Potrebbe significare che la tua storia non ha ancora finito di sorprenderti.
Condivido assolutamente quello che hai scritto. Proprio lo Yoga mi ha insegnato a non fare il confronto con gli altri,che tutto cambia continuamente. Non sono mai riuscito a dire come mi vedrei tra 5 anni,ma neanche tra un anno. Perché voglio essere libero e non precludermi nessuna possibilità,voglio crescere,migliorarmi,cadere e rialzarmi .. proprio come sul tappetino alla fine. So solo alcuni dei valori con cui voglio vivere,mi basta questo e sono felice così
Felicemente Persi!